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- Il Sacro Macello di Valtellina - 10/23 -


salvo: diressero quindi una deputazione a scolpare l'arciprete, ma non fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro Morosini a perorarne la causa. Ma il tribunale, cercando casi vecchi e dubbi come recenti e certi, gli rinnovò l'accusa dell'attentato contro il Calandrino. Poi di avere subornato il popolo a non ubbidire alle Tre Leghe, cercato tornar cattolici i riformati, tenuto commercio di lettere col vescovo e con altri, esortato in confessione a non portar le armi contro il re cattolico; aver istituita la confraternita del Sacramento, che asserivano portare micidiali armi sotto le devote cappe.

Indarno gli avvocati suoi lo scusavano intemerato, protestando la candidezza dell'animo suo, e come in 28 anni da che era arciprete fosse stato al bene ed al male che s'aveva, fedele alle Leghe, se non devoto, tutto in gran fare per l'anime altrui, non avendo in desio che il bene della religione. Operato bensì che si mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non ordito però mai contro il governo. Quanto al Calandrino non che adoprar seco dispiacere od agrezza, avergli usate quelle maniere di maggior cortesia che il caso permetteva, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Ma qual pro delle difese in caso di stato quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi(57).

Quel giorno stesso fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, perché di doppio danno avesse a piangere la Valtellina. Vuole la tradizione che un antichissimo scoscendimento di montagna abbia coperto Belforte(58) sul cui cadavere s'eresse Piuro, grossa terra posta a quattro miglia da Chiavenna, nella valle che mena alla Pregalia. Scorre sul fondo di quella valle la Mera fra due pendii di montagne, l'uno volto a settentrione tutto pascoli e selve. Quello che alla plaga del mezzodì riguarda, popolato, senza perderne spanna, di frutti, di vigneti, di casini, di crotti(59).

Sulla cui falda lentamente inclinata sedeva il paese, pieno "di case nobili e ricchi mercatanti con ampli cortili e portici, con colonnati, sale spaziose di vaghe pitture ornate, da stufe alla tedesca superbissime pel lavoro di intaglio e di commisso, ben addobbate di tappezzerie di Fiandra e d'altri preziosi drappi, di sedie di velluto con frange d'oro, di copiose argenterie, di scrigni ben lavorati... di ameni giardini e spaziosi con ispalliere d'aranci, cedri, limoni... non solo ne' vasi di legno e di terra cotta, ma di bronzo ancora e di rame, o molti inargentati e indorati"(60).

Erano poi lodate per una delle belle cose del mondo le case dei signori Vertemate, i cui giardini sono dal tipografo Locarni(61) paragonati alle delizie di Posillipo, alla riviera di Genova, ai romani palagi. Tanta ricchezza vi portavano il passaggio delle merci, la vendita dei laveggi di pietra ollare che là presso si tagliano, e la manipolazione della seta, della quale scrive alcuno vi si lavorassero 20.000 libbre ogni anno.

Nella montagna settentrionale, alla pietra ollare (_clorite schistosa_) grossolana, untuosa al tatto e liscia sovrastava un monticello, che chiamavano Conte, di argilla e terriccio. In questo già da un pezzo i terrieri avevano avvisato qualche crepaccio; ma quell'estate continuarono più giorni a ciel rotto rovesci di piogge, che insinuandosi fra la roccia e il monticello, lo scalzarono. E già franava sopra le vigne del prossimo villaggio di Schillano, ed i pastori vennero annunziare come e pecore ed api fuggissero da quella balza. Né perciò si atterrirono quei di Piuro. Mal per loro, giacché sull'oscurare del 25 agosto (4 settembre secondo il calendario gregoriano) ecco in un subito scuotersi la montagna di Conte, ondeggiare. E fra un sordo fragore quasi d'artiglierie murali, lo scrollato colle scivola sul lubrico pendio della montagna, precipita sopra Schillano e Piuro, seppellisce uomini e case. I Chiavennaschi che udirono il fracasso videro caligarsi il cielo, volare fin là il sommosso polverìo, ed interrompersi il corso della Mera, durarono la notte intera in dubbio della sorte dei loro amici, di sé stessi: la mattina rivelò deplorabile scena. Era Schillano grande in quantità di 48 fuochi, di 125 Piuro con 930 abitanti, nobili famiglie e buone borse, molti tornati appena dalla fiera di Bergamo. Ed anima viva non ne campò. Dopo alcun tempo la Mera si aperse un nuovo corso fra il dilamato terreno: si tentò, si scavò, nulla poté ritrovarsi che masserizie e cadaveri(62). Non mancarono prodigi al terribile caso: la cometa che in quel tempo aveva atterrito i popoli e i re. Predizioni portentose: angeli che avvisarono del pericolo, demoni che infierivano la procella, chi l'attribuì a vendetta di Dio per il licenzioso vivere d'alcuni, o per i protestanti che vi avevano culto. I più giudicarono non senza destino fosse accaduto appunto il giorno della barbara uccisione dell'arciprete Rusca. Fermo tra i miserabili resti e nel letto del fiume devastatore, che scorre sopra il diroccato borgo, ben sei disumano se non ti senti stringere il cuore pensando a quelli, che repente dalla quiete dei domestici lari, dalla preghiera, dall'amichevole discorso, dalla soavità degli affetti famigliari, vennero balzati in quell'incognita regione, dove solo si fa giusta la retribuzione delle opere umane.

CAPO IV

Scontento dei Valtellinesi--Congiura dei Grigioni e dei Valtellinesi--Sacro Macello.

Ma, dolorosa verità! L'uomo ha più da temere le passioni dei suoi simili che i disastri della natura. Gran doglia andava continuando alla Valtellina il severo procedere dello _Strafgericht_, che per racconciare la libertà guastava la giustizia: provocava lo sdegno dei nobili col toglierli singolarmente di mira, mentre i popolani (se le fazioni non ne traviavano il senno) si accorgevano che, percossi i capi, rimarrebbero essi alla mercede dei predicanti. Nella Valtellina intanto i Grigioni ogni di più prendevano rigoglio addosso ai Cattolici, e questi dovevano mandar giù e mandar giù; e se dicevano parola di lamento, i padroni si voltavan loro con un viso, quasi i buoni ed i belli fossero essi. Se ti fai a leggere gli scritti di quei giorni, ti apparrà come i signori vivessero timorosi e tremendi, nei sudditi fosse un'ira, un cordoglio, un'affannosa speranza, il silenzio della paura in tutto il paese, l'idea della vendetta in tutti i cuori, e quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.

Sciagura al governo, che intende col terrore comprimere i soggetti mentre potrebbe colla giustizia amicarseli! Tristo a quello, il cui egoismo crede riparar al male coll'acquistare tempo! I perseguitati grigioni e valtellinesi, e quelli che riputavano meglio un onorato ribelle che uno schiavo cittadino, cercando fuor di patria sicurezza, libertà di lagnarsi, speranza di vendicarsi, si davano attorno per introdurre le armi straniere nella valle non solo, ma nei Grigioni. Anche il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò. E prima parlottar segreto, poi aperte querele, ché nei patimenti sembra consolazione il gridare e lamentarsi, e venire per il più leggero appicco a parole, e tutt'insieme a sassi e coltelli. Avendo voluto i Reti introdurre una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero a tutta lor possa i Cattolici. E per vendetta di Biagio Piatti i Cattolici ammazzarono un evangelico di Tirano, e diedero tal avviso che mal per lui al predicante di Brusio, _primizie de' Martiri_.(63) Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo ferì a morte. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, fatto una solita loro accolta in Tirano, i terrieri in arnese d'armi s'erano rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli: ma lor ventura volle ne sentissero fama a tempo per ripararsi.

Intanto i Valtellinesi non lasciavano cura per trovare rimedio efficace ai mali sì lungamente pazientati. Dal duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore francese ricevevano subdoli incentivi: trattarono colle Corti d'Austria e di Spagna, ma l'ambigua politica di questa niente lasciava trarre a riva. Il papa, a cui inviarono non una sola volta, li consolava con un mondo di promesse, ma intanto li teneva confortati ad una pazienza, che loro pareva ormai intempestiva. Sopratutto adoperavano i fuorusciti, gente che, nimicissima di chi la proscrisse e nulla avendo a sperare nella quiete, tutto nei tumulti, badando ai suoi odj più che ai comuni interessi, è perpetua autrice di partiti estremi e ruinosi, purché riesca non tanto al proprio trionfo, quanto a danno o a dispetto dell'inimico. Colle consuete esagerazioni costoro gridavano per il mondo l'oppressione della patria loro, e confortavano i Valtellinesi a levarsi una volta per la causa santa, promettendo tener mano con essi.

Poiché ad ogni partito si vuole un rappresentante, un capo, tal fu Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, uom d'alto sangue, agiato dei beni di fortuna, d'animo gagliardo e male al servire disposto, e ricco di quell'ambizione che dei sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio. Servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei ss. Maurizio e Lazzaro, e molt'aura si era tra i suoi acquistato coll'affabilità e splendidezza, sicché parve opportuno centro alle trame per liberare la patria. Ben giungeva all'orecchio dei dominanti come si parasse mal tempo, farsi appresto d'armi e danari per venirne ad una: ma il sangue del Rusca era montato al cielo, grave giudizio stava per avvenirne, e Dio gli inebbriava col calice che manda talvolta a popoli e a principi, il sopore(64).

Ciò faccia saggi i signori della terra, che il pubblico bene, se vuol che il suddito soffra alcuna cosa, vuol a più forte ragione che, chi comanda, paventi stancarne l'obbedienza, schermo d'armi non bastare ove ingiustizie si continuano, e mostrare più ancora dissennatezza che atrocità chi ai lamenti dei popoli risponde "Confido nel mio esercito".

Non intenderà mai la storia chi guardi i passati avvenimenti dalla camera propria, anzi che trasportarsi in mezzo agli uomini, ai costumi, alle opinioni tra cui furono compiti. La tolleranza, questo dolce frutto della civiltà fecondata dal vangelo, per la quale noi consideriamo fratello l'uom di qualunque credenza, e lasciamo a Dio lo scrutare i cuori e punir gli errori dell'intelletto. La tolleranza che nei secoli forbiti si risolve in accidiosa indifferenza tra l'errore e la verità, e fa oggi da molti guardar come buone del pari tutte le religioni purché morali, era affatto estranea a secoli dove le pratiche religiose tenevano il primo posto nella società, dov'era profonda la persuasione che una credenza sola portasse alla salute, le altre alla perdizione. Chi però dice che la tolleranza fosse proclamata dai riformatori, mentisce, e basterebbe a sbugiardirlo questo nostro racconto. Le persecuzioni furono tra essi comuni non meno che tra i Cattolici, altrettanto fiere e più durevoli, e nelle dissensioni religiose di quel secolo si trattava solo qual parte dovesse scannare l'altra; se in Francia i Cattolici trucidare gli Ugonotti o in Inghilterra il contrario.

Anche in Valtellina si ha per costante che i Riformati si fossero giurati a fare un vespro siciliano, e ridurre alla nuova religione la valle, non lasciando razza né generazione dei Cattolici. Questo fatto potrebbe, se non giustificare, scusare almeno l'estremità dei Valtellinesi: ma è egli altrettanto vero, quanto asseverantemente


Il Sacro Macello di Valtellina - 10/23

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