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- Il Sacro Macello di Valtellina - 3/23 -


da un capo all'altro devastarono miserrimamente l'Italia, erano da lui sperati salvatori, e a Zuinglio scriveva: "Dio ci vuol salvare; scrivete al contestabile che liberi questi popoli; alle teste rase tolga il denaro, e lo faccia distribuir al popolo che muore di fame. Poi ciascuno predichi senza paura la parola del Signore. La forza dell'anticristo è prossima al fine".

Corre una popolare tradizione che Martin Lutero predicasse in molti paesi del lago di Como, e che a Menaggio alcuni lo facessero per ispregio cader di pulpito. Del che, indispettito, voltò loro le spalle, pronunziando certi versetti d'improperio che corrono fin oggi per le bocche di quei terrazzani. Di ciò io non trovai monumento: pure la tradizione deve avere qualche fondamento(11). Ben è fuor di dubbio che Calvino, verso il 1535, visse sconosciuto alla corte di Ferrara presso la duchessa Renata di Francia, scolara sua di religione, e non pochi guadagnò. Ma poiché vennero scoperti, chi fu preso, chi scampò, chi venne messo a carceri e tormenti(12).

Per le persecuzioni, com è il solito, nessuno si convertì, alcuni dissimulavano le loro opinioni, i più fuggivano là dove potessero trovar pace, negli Svizzeri, fra i Grigioni. E per continuare in luoghi ove il cielo, i costumi, la favella gli avvertisse d'essere ancora in Italia, si ricoveravano nei baliati svizzeri italiani, che oggi sono il Canton Ticino, in Valtellina e massimamente a Chiavenna.

Il primo che d'Italia ci capitasse fu Bartolommeo Maturo, priore dei Domenicani di Cremona, che predicò le novità in Valtellina nel 1528. Poi nella Val Pregalia, infine fu pastore a Vicosoprano e nella valle di Tomiliasca. Ai piedi dell'Albula s'erano messi Francesco e Alessandro Bellinchetti fratelli bergamaschi e, abbracciata la riforma, vi lavoravano una miniera di ferro. Avendo voluto riveder la patria, furono arrestati dall'inquisizione; la dieta retica li reclamò come proprii cittadini, e non fu ascoltata se non quando minacciò confiscar i beni dei Domenicani in Morbegno.

Le due Engadine e la Pregalia devono ai rifuggiti italiani la loro riforma, talché divenne prevalente il numero dei protestanti(13), e più facile il propagarsi nella confinante Valtellina.

Giulio da Milano, prete secolare, predicò nell'Engadina inferiore e fondò a Poschiavo una chiesa, di cui per trent'anni fu pastore (1571). E lì attorno le chiese di Brusio, Ponteilla, Prada, Meschin, Piuro: ed ebbe successore Cesare Gaffuri francescano di Piacenza.

Un Parravicini valtellinese fondò una chiesa privata a Caspano nel 1546: ma essendosi trovato un crocifisso fatto a pezzi, il popolo in furore arrestò lui, che al tormento si confessò reo di tal sacrilegio: ma a Coira protestò aver confessato solo per lo spasimo, e se ne accertò autore uno studente.

A Chiavenna che, dopo che si era data ai Grigioni era cresciuta del doppio, fece lunga dimora Girolamo Zanchi, canonico regolare di Alzano bergamasco, che stampò a Ginevra sei volumi d'opere teologiche e del cui sillogizzare tanto conto si facea che Giovanni Sturmio ebbe a vantare, se solo fosse mandato a disputare contro tutti i teologi adunati a Trento, avrebbe fatta sicura la causa dei protestanti(14). Là pure visse e morì nei 1563 Agostino Mainardi agostiniano, che scrisse l'_Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo_: e che unito ad un prete, Giulio da Milano, ed a Camillo Siciliano stabilito a Caspano, e a Francesco Negri capanese, autore d'una _Tragedia del libero arbitrio_, a Chiavenna educava figliuoli.

Il Mainardi fu accolto dal ricco Ercole Salis a Chiavenna e posto capo della chiesa quivi allora formatasi, e nella quale gli successe poi lo Zanchi suddetto. Perocché, ad interpellazione di esso Salis, la dieta di Davos del 1554 aveva dichiarato coloro che abbracciassero la riforma in Valtellina potrebbero tener in casa precettori e catechisti; e i rifuggiti stanziare sulle terre della repubblica, dopo sottoscritto alla confessione evangelica.

Francesco Stancari mantovano insegnò in Valtellina l'ebraico, prima d'andare a professarlo in Polonia.

A Teglio fu ministro Paolo Gaddi cremonese, che aveva fatto tirocinio a Ginevra, poi assistito alcun tempo il pastore di Poschiavo.

Frate Angelo di Cremona domenicano, che lassù predicava la quaresima nel 1556, si avventò contro gli insegnamenti e i riti riformati, talché l'uditorio malmenò la costoro cappella e il Gaddi ed altri; e il governatore della pace ordinò che esso ministro si collocasse altrove.

Il sospetto di contagio religioso indusse il vescovo di Como sin nel 1523 a spedire in Valtellina un fra' Modesto inquisitore; ma ne fu respinto, e si stanziò che nessun inquisitore entrasse più su quel territorio. Il clero e i cattolici zelanti non cessarono di opporsi singolarmente a cotesto accogliere i profughi d'Italia; frati e particolarmente cappuccini assai venner da Milano e da Como a predicare la verità. Nel 1551 si domandò l'attuazione di una legge antica, per cui nessun profugo o predicatore evangelico potesse rimanere più di tre giorni in Valtellina. Antonio Planta governatore, benché riformato, temette il furor del popolo e consentì la domanda, ma la dieta rinnovò il suo primo editto.

Poi nel 1557 rese un decreto che fu messo fra le leggi fondamentali per cui si permetteva di predicare _il Vangelo_ in tutta la Valtellina e nei contadi. Dove vi fosser più chiese, una si attribuisse ai riformati; dove una sola, servisse ai due culti; i ministri protestanti fossero abili a tutti gl'impieghi; nessun ecclesiastico straniero potesse dimorarvi se non dopo esame ed autorizzazione del sinodo pei protestanti, e del vescovo di Coira pei cattolici. I riformati non fossero tenuti a osservar le feste dei cattolici.

II pastore della ricca chiesa di Chiavenna ebbe un terzo delle rendite della cattolica; gli altri almen 40 scudi, prelevati sui benefizi degli assenti o della parrocchia. Altre chiese v'erano a Tirano, Regoledo, Mello, Morbegno, Dubino. Più tardi se ne posero anche nel contado di Bormio, e pare che almeno venti ne esistessero in Valtellina, tutte servite da rifuggiti italiani. Insomma la valle poteva dirsi un compendio di tutt'Italia: tanti erano quelli che da ogni paese vi si ricoverarono, allettati dalla vicinanza, dalla fida compagna dei profughi e dalla speranza di prossimi cambiamenti.

E potevano essi consolarsene al vedere ed all'esagerare a se stessi, secondo si suole, come in ogni parte germogliasse quel ch'essi chiamavano seme della parola di Dio. Notissimo è come da antico stessero ricoverati nelle valli subalpine di Luzerna e Agrogna a pié del Monviso alcuni dissidenti, forse avanzo dei Valdesi, dei quali portano il nome. Tollerati e tranquilli sinché i nuovi riformati svizzeri li sollecitarono a metter fuori le professioni di loro fede, e in tal modo provocare la persecuzione. A quelle chiese aveva servito di molta dottrina Scipione Lentulo napoletano, e quando Emanuele Filiberto duca di Savoja cominciò acerba persecuzione contro i Valdesi, egli molto soffrì, indi ricoverò a Sondrio, poi a Chiavenna, coltivandovi le nuove credenze in compagnia di Simone Fiorillo, pur napoletano.

Molto radicarono le nuove opinioni in Vicenza, ed un'accademia di quaranta si era radunata per prendere partito del come credere e adorare. Inquisizione ecclesiastica non tollerava Venezia, ma i suoi inquisitori di Stato colsero cotesti novatori, e fecero strozzare Giulio Trevisani e Francesco di Rovigo: gli altri scamparono a rotta. Fra i quali Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde scriveva al concittadino suo Lionardo Tiene, perché con tutta la città abbracciasse una volta a viso aperto la riforma.

I Socini di Siena avevano intanto spinta più logicamente la libera interpretazione del Vangelo; e, invece di arrestarsi a confini arbitrarj, negarono la Trinità e in conseguenza la redenzione. Fu loro discepolo Giampaolo Alciato da Milano, che predicò a Ginevra(15) ed in Polonia con l'altro sociniano piemontese Giorgio Biandrata; e Calvino, che visto il trascendere della riforma pensava frenarla coll'autorità che aveva scassinata, avventò contro lui parole certo non tolte dal Vangelo: "uom non solo di stolido e pazzo ingegno, ma di affatto farnetico sino alla rabbia". E Teodoro Beza, altro caporione, lo intitolò "uomo delirante e vertiginoso" onde, mal sicuro a Ginevra, ricovrò verso il 1560 a Chiavenna.

Nella visita fatta alla Valtellina nel 1594, il Ninguarda vescovo di Como trovava ricovrati a Sondrio parecchi sbanditi dalla patria, singolarmente artefici di Cardona e del Bresciano; Natalino da Padova, Calandrino da Lucca, Luigi Valesano prevosto di San Mojolo; a Boalzo il domenicano Forziato Castelluzio calabrese; a Poschiavo, frate Agostino agostiniano d'Italia (forse è il suddetto Mainardi), che già aveva tratto dalla sua un quarto degli abitanti; a Morbegno avevano messo famiglia Giulio Sadoleto di Modena, Bernardo Passajotto vicentino, Pier Giorgio d'Alessandria sartore, Giovan Battista ed Aurelio Mosconi del Polesine, Francesco Rapa di Musso, Paolo Benedusio e Giovanni Antonio Corte di Gravedona e vi predicava Girardo Benedettino di Fossano piemontese.

Caspano, il semenzajo della nobiltà valtellinese, abbondava più che altri di evangelici, come essi si intitolavano o di eretici come gl'intitolavano i nostri, ai quali predicava Angelo cappuccino piemontese; Lorenzo Gajo di Soncino minor osservante predicava a Mello, e un cappuccino a Traona. In altri libri scontrai Ottaviano Mej lucchese(16), uomo di grande erudizione in greco ed ebraico, e di virtù lodatissima, che per lungo tempo fu ministro in Chiavenna e morì nel 1619; Antonio dei Federici di Sonico in Valcamonica stava a casa in Teglio. Ortensia Martinenga contessa di Barco(17) viveva a Sondrio. Isabella Manrica di Bresegna napoletana, ricchissima e colta e in relazione con Annibal Caro, stette a Chiavenna in povertà e ritiro, alla quale dedicarono Celio Curione la vita della Morata, e frate Ochino l'opera della presenza di Cristo nel Sacramento. Marcantonio Alba di Casale Monferrato era predicante in Malenco. Plinio Parravicino comasco a Vicosoprano. Antonio Tempino di Gardona in Teglio. Vincenzo Parravicino comasco, ministro nei Grigioni, voltò dal francese in italiano il trattato di Mestrezat sulla comunione di Gesù Cristo nel sacramento della cena. Aggiungiamo frà Francesco Carolini, Paolo Barretta ed Antonio Crotti da Schio vicentino; altri ce ne verranno nominati nel processo di questo racconto.

Non so se qui porre il famoso Lodovico Castelvetro, che il Fontanini incolpò, il Muratori difese dall'apostasia. Certo è che Modena, sua patria, andava molto presa alle nuove dottrine; un'intera accademia ne venne accusata, e fin due di provata virtù, Egidio Foscherari vescovo ed il celebre cardinal Morone, n'ebbero a soffrire persecuzione. Il Castelvetro, a parte dell'accademia, fu pure a parte dei guai. Entrò poi con Annibal Caro in una di quelle baruffe delle quali di tanto in tanto i letterati italiani rinnovano lo stomachevole spettacolo. E allora, come adesso, non si agitavano solo coi reciproci strapazzi e col prezzolare la penna di quei petulanti per cui è un bisogno l'odiare e il farsi odiare, e che non avendo bontà che fregi la memoria loro aspirano alla fama di Erostrato, insozzando altrui col proprio fango, ma correvano le coltella e i titoli infami e (se ne consolino i nostri) l'infame spionaggio: e il Caro, o i partigiani di lui, scesero alla codardia di rapportare il Castelvetro al Sant'Uffizio. Il Sant'Uffizio non era un ministero, con cui fare a credenza. Onde il Castelvetro per timore degli _esorbitanti_ rigori dell'inquisizione, colpa o no che ne avesse, riparò a Basilea, a


Il Sacro Macello di Valtellina - 3/23

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