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- Il Sacro Macello di Valtellina - 5/23 -


di dottrine riprovate che lo fecero porre dal Concilio di Trento fra i condannati in primo grado. Bizzarro ingegno, gran conoscitore degli autori antichi eppure emancipato dalla cieca venerazione per essi. E come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo, ma quello nei libri non aveva. Se questo avesse nel cuore, Iddio lo sa.

Non par vero che in quelle podesterie dimorassero Lelio e Fausto Socino a predicarvi le loro credenze avverse alla Trinità. Ma il governo uccise od esiliò molti loro settarii. Un Beccaria che si era eretto a Locarno principal autore degli Evangelici fu dal balio cacciato in prigione, ma una banda dei suoi ne lo trasse, e lo menò in trionfo. Egli giudicò meglio ricoverarsi a Chiavenna, e rimase a capo di quei novatori Taddeo de Dunis medico; e già troppi non andavano più alla chiesa, non ricevevano i sacramenti, e per il battesimo facevano venire un ministro da Chiavenna. Ma poiché i Cantoni signori di quelle podesterie s'attenevano i più alla fede cattolica, ai nemici dei Riformati e ad Emilio Orelli acerbissimo persecutore di quelli non riuscì difficile il persuaderli a nettarne quelle terre.

Già per consenso dei sette Cantoni cattolici(22) il balio di Locarno aveva ingiunto ai Riformati che, pena il bando, andassero alla messa. Ne fecero richiamo i Cantoni evangelici, ma indarno, atteso che vedevano come tali novità fossero per rompere l'unità elvetica. Infine nel 1555 il balio congregò tutti i capi delle famiglie riformate, ch'erano ben 150, ed intimò loro da parte dei signori svizzeri che colle famiglie e coi beni dovessero, senza por tempo in mezzo, abbandonare la patria. Ascoltavano essi nel silenzio il comando, allorché entra fra l'adunanza il Riverda, nunzio pontifizio, esclamando troppo mite la sentenza, doversi toglier loro e i beni come roba di eretici, e i figli che si crescerebbero così alla vera credenza. Ma con ciò il nunzio non ottenne che di mostrare il suo maltalento, giacché il balio non poteva trascendere il suo mandato.

Quelli che si disposero ad obbedire fecero la sommessione. Gli altri il 3 di marzo, seguiti dalle mogli e dai figliuoli, fatto fardello delle robe loro, da una parte colla rassegnazione d'uomini attaccati più alla credenza che alle cose del mondo, ma dall'altra col crepacuore di chi lascia i parenti, gli amici, le abitudini della vita, una patria sempre cara, più cara a chi ne è spinto lontano da una forza prepotente, fra gli stridori della stagione valicarono le nevi del Gottardo in traccia di paesi ove non fosse colpa l'adorare a modo loro. Guidati da un Pestalozzi, da Giovan Luigi Orelli e dal dottore Martino Muralto, entrarono nei Cantoni protestanti e fermatisi i più a Zurigo, vennero con carità accolti e soccorsi. Non cercavano essi che sicurezza e pace: poteva mancare di che vivere a gente volonterosa della fatica, sperta nelle arti? Alle quali drizzatisi, fecero alzare a gran fiore l'arte della seta, stabilirono filature e tintorie, per cui Zurigo venne in grandezza, a scapito delle podesterie italiane. Ancora serba l'antico nome il sobborgo dei Lombardi, ove quelli si posero: le famiglie vi acquistarono ricchezza e nome(23).

Ivi ottennero di formare una chiesa, diretta in prima dal Beccaria, il qual poi tornò fra i Grigioni a Mesocco, diffondendovi le sue dottrine, finché sturbatone da Carlo Borromeo nel 1561, si ritirò a Chiavenna. A Zurigo gli successe nel 1555 Bernardino Ochino, famoso cappuccino da Siena che aveva errato per Germania e per Inghilterra, applaudito e perseguitato. Ivi stesso ebbe cattedra di teologia e d'ebraico Pietro Martire Vermiglio, che già aveva combattuto per la Riforma in Inghilterra e in Francia, in modo che le opere sue eran messe a livello con quelle di Calvino. A quella chiesa italiana appartenne Lelio Socino, che ottenne la stima di Melantone, Bullinger, Calvino, Beza, dissimulando sotto proteste e confessioni la sua avversione alla Trinità; e pare che egli la insinuasse all'Ochino, le cui ultime opere sentono di questo errore, per il quale ebbe guai a Zurigo e ne fu bandito, di 76 anni, con i figli, nel fitto inverno. Respinto da Basilea e da Mülhausen, si nascose in Moravia ove della peste perduti due figliuoli e una figlia, morì nel 1564.

Anche a Basilea molti italiani s'erano ricoverati. Paolo Alessandrino de Colli, padre d'Ippolito, celebre giureconsulto, Guglielmo Grattarola di Bergamo, Alfonso Corrado mantovano, che aveva predicato fra i Grigioni, Silvestro Teglio che tradusse in latino il _Principe_ e Francesco Betti cavalier romano, Mino Celsi, Celio Curione, dalle cui molte opere raccogliamo varie particolarità intorno ai riformati italiani.

Altri ebber ricovero a Strasburgo, fra cui Paolo Lazise di Verona, profondo nelle tre lingue dotte e che vi fu professor di greco, Girolamo Massari di Vicenza che vi insegnò medicina e descrisse un processo dell'Inquisizione romana, e sebben non avessero Chiesa, si univano in assemblea particolare, diretta da Girolamo Zanchi che colà professò teologia. Lo Zanchi stesso era stato chiesto ministro a Lione dove molti Italiani stavano, e dove stamparono libri loro; ma egli preferì passare a Chiavenna. Rifiutò pure gl'inviti della chiesa italiana d'Anversa nel 1580, alla quale andò il conte Ulisse Martinengo, dopo rimasto alcun tempo in Valtellina. Altre chiese avevano i nostri a Ginevra e Londra.

Alla causa dei cattolici, più che il venir dei nemici, noceva l'addormentarsi delle sentinelle d'Israele. Anziché levarsi al sacerdozio i più probi e sapienti, ogni genìa vi trovava asilo, ogni ignorante, molti malvissuti vi si ricoveravano per avere agio, sicurezza ed ozio. L'essere il clero immune dal Foro secolare lo rendeva baldanzoso col venderli simulatamente agli ecclesiastici, o col legarli a nome di benefizio, si sottraevano i fondi alle gravezze. Se in una famiglia vi fosse un prete, a qualunque richiamo compariva lui. Se in un delitto fosse implicato un prete, si invocavano i privilegi del Foro. I preti intanto andavano attorno carichi d'armi, volevano cacciare nei tempi proibiti (era dalle calende di marzo a quelle di luglio). Con astuzie si causavano dalle taglie(24). Peggiori cose ebbi ad imparare dagli atti delle visite degli ordinarii di Como e di Milano. Oltre che i più fra i sacerdoti appajono ignoranti a segno, da saper a mala pena segnare il proprio nome, intendevano a turpi guadagni, tenevano senza pudore in casa le complici ed i frutti dei loro peccati(25). E taccio le violenze, le ire, le troppe più cose ch'io so, e che facevano correre in proverbio non esservi modo più facile di dannarsi che l'andar prete(26). Non erano così rari quelli che, per i bisogni delle plebi, avevano facoltà di celebrare due messe la festa: ma molti se la usurpavano per guadagno. Ebbi a mano una relazione dell'arciprete di Tresivio al vescovo, dove si lagna che i preti di Valtellina portano barbe a foggia di Turchi, "usano collari alle camicie rotondi e crespi alla bresciana, le sottane con collari pure rotondi cascanti sul collo, maniche scavezze e folte di bottoni, e veste quale portano gli sbardellati Bresciani". Ben i vescovi comaschi gridavano, senza cessare, perché si osservassero le feste, i sacerdoti smettessero gli abiti sfarzosi, le armi offensive, non bazzicassero l'osteria, non ricettassero malviventi, non donne di mal affare. Il vescovo Volpi interdice di vendere alla festa confortini né odori, il fare spettacoli di saltimbanchi, ed il sedere in chiesa: i preti non portino calze sparate e larghe, non camicie colle crespe e le lattughe, non il cappello in città o nei borghi, se pur non fosse per ripararsi dall'intemperie. Si astengano dai guanti, non barbe troppo lunghe, non armi, eccetto un coltello in viaggio. Il vescovo Archinti si lagna che troppe parrocchie rimangano sprovvedute di parrochi perché date in commenda a cardinali, i quali in Roma ne godevano, senza cura, le entrate. E che i preti della Valtellina rechino scandalo agli eretici, singolarmente per l'ignoranza, l'andare armati, la lussuria e l'imperizia dell'ecclesiastica disciplina in quella esecranda libertà di vivere, e di dire quanto meglio piace a ciascuno. Era poi piuttosto unico che raro quel parroco che talvolta spiegasse il Vangelo o la dottrina ai suoi: e la predicazione era abbandonata ai frati, singolarmente ai mendicanti, indipendenti dal vescovo, e spesso più desiderosi dell'applauso che del frutto, o del frutto della bisaccia che di quel delle anime. Recando adunque non rimedio ma danno quelli che dovevano opporsi, non sarà meraviglia se la Riforma più sempre acquistava.

I Cattolici però s'ingegnavano assai per tutela dell'antica credenza. Ai vescovi di Como non molto restava a fare, giacché i Grigioni, sospettosi sempre di qualche trama, ne avevano angustiata l'autorità, vietando il ricorrere ai superiori ecclesiastici, escludendo ogni sacerdote estero, nel qual titolo comprendevano anche gli Ordinarii. Se non che fatto vescovo Feliciano Ninguarda nativo di Morbegno, mancò ogni ragione di tenergli la porta della valle, onde la visitò ad agio suo. Nei sinodi poi e nelle lettere circolari non cessavano essi vescovi di esortare i Valtellinesi a durare fermi nella fede, aprir bene gli occhi su chi viene d'oltremonte, massimamente soldati a quartiere od a guarnigione. Ne esplorino i fatti e se alcun che ne scoprano, diano indizio all'Ordinario se non vogliono cadere in un peccato riservato. Anche ogni maestro era obbligato a prestare giuramento di fede in mano del vescovo.

E poiché ogni potere minacciato diviene violento, neppur le vie del rigore furono intentate e la Chiesa sgomentata chiamò in ajuto il braccio secolare, agli orrori della superstizione e dell'impostura opponendo gli orrori dei roghi. Basti, per non esser lunghi, citare Francesco Gamba di Como, che essendosi condotto a Ginevra a celebrar la cena cogli Evangelici, mentre tornava in patria fu còlto e (ciò fu il 21 luglio 1554) strangolato, poi gettato al fuoco. Neppure in morte aveva voluto ricredersi, ed affinché favellando non recasse scandalo al popolo accorso al suo supplizio gli venne forata la lingua. Anche Galeazzo Trezzi, gentiluomo lodigiano convertito dal Mainardi e dal Curione, fu nel 1551 condannato dall'Inquisizione al fuoco. Il duca d'Alba, la cui memoria risveglia quella dei supplizii e delle stragi dei Paesi Bassi, venuto governatore del Milanese raddoppiò i rigori e nel 1558 furono bruciati un religioso e un altro, e così negli anni seguenti.

Le declamazioni dei dissidenti e l'antipatia rimastale come a nemica del progresso indicano che a capo della opposizione stava Casa d'Austria, adoperando ingegno, forza, brighe, danaro; quel danaro austriaco che si trova denunziato in antiche e moderne diatribe. Si era ella vivissimamente industriata per introdurre la _spaventosa_ inquisizione spagnuola invece della _mansueta_ romana nel Milanese, che "ridotto in miseria per l'eccessive gravezze, si sarebbe disciolto affatto con quella che superava tutte". Ma due volte che si tentò sotto Filippo II ed il III stabilirla in Milano, si levò a ribellione il popolo _per la formidabile severità di cotal tribunale_ onde fu consiglio di prudenza lasciarla nel primiero stato.

Un gran tempo però e Cattolici e Riformati appellavano all'autorità d'un concilio generale, che discutesse ampiamente e liberamente sui dogmi della fede. Solo era in contesa il luogo, volendolo i Protestanti in una città libera, per condursi alla quale non avessero d'uopo di salvocondotti, ai quali aveva tolto fede il concilio di Costanza col porre alle fiamme Giovanni Hus(27).

Ma Paolo III l'aveva decretato in Trento e avendo i dissidenti ricusato intervenirvi e impugnatane l'autorità, dopo infinite lungagne, fu aperto, poi chiuso, poi trasferito con replicata vicenda, sinché a Pio IV riuscì di mandarlo a fine. Non è qui luogo di dire quanto quel venerabile consesso abbia giovato alla religione riguardo al dogma, e col separare del tutto quelle opinioni a conciliare le quali si presumeva convocato. Certo è che quanto alla disciplina aperse un'epoca nuova. Rese al clero cattolico il vigore perduto; richiamò i costumi, sagrificati da prima ai piaceri e agli interessi; procurò nell'opinione dei popoli rialzare gli ecclesiastici al grado dond'erano scaduti e fece che la corte romana, animata da zelo e dal vero sentimento della religione, non porgesse più che santi esempi.


Il Sacro Macello di Valtellina - 5/23

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