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- Da Firenze a Digione - 10/50 -


mi par più serio degli altri, farà da capo squadra... Alla stazione gli accompagneranno le guardie, nè li lascieranno fino a che non avranno preso il biglietto.

Un'altra speranza che si dileguava! Bisognerà tornare per forza donde eravamo partiti con tutta allegrezza.

--Possono andare... e si sbrighino perchè il vapore parte a momenti..

Dei picchi ripetuti all'uscio della nostra antica carcere, richiamano l'universale attenzione verso quel posto. È Gagliano che protesta all'ingiustizia e all'infamia: è il povero Gagliano che solo vien rilasciato ai Domenicani per conto della questura--Scrivete sui giornali--Egli vociava--Fate nota la nuova ingiustizia, dite che mi si vuoi rovinare da questa canaglia.--Nessuno porgeva ascolto, alle di lui querele, qualcuno rideva: l'uomo che esce da un pericolo diventa egoista.

--Via, via--ci disse il nostro accompagnatore, una specie di _Don Checco_, scalcinato come un poeta, e zoppicante, come un verso sciolto di qualche genio incompreso.

Demmo un'ultimo sguardo alla stanzaccia che ci aveva racchiusi quei giorni, e, cosa strana, provammo un certo dispiacere ad abbandonarla. Quanti pensieri, quanti generosi proponimenti, quanti ricordi, quante speranze non ci avevano agitato là entro!

Quando io esco di prigione, e lo so benissimo grazie al benigno nostro governo, io provo il medesimo effetto di quando esco di un bastimento. Mi gira la testa e le gambe mi reggono appena.... quella sera mi pareva di essere addirittura ubriaco. Ed anche senza parere ubriaca, io credo che la nostra comitiva avesse in se tanto di umoristico da farsi guardare da chiunque passava.

Figuratevi: prima Don Checco con una mazza gigantesca, su cui si appoggiava, ma che non era valevole a farlo passar per meno zoppo di quello che era: poi il Colonnello in cappello a cilindro coi due tubi di latta, in cui erano le carte geografiche, ma che di notte gli davano un'idea di Sesto Caio Baccelli, con gli annessi canochiali; dietro a loro il giovinetto innamorato con due valigione, che erano vote, ma che egli aveva portato con se per dar polvere negli occhi alla pulizia; in coda noi altri urlando, chiassando, facendo le fiche a quel povero diavolo, che tentava attaccar discorso con tutti, senza che nessuno gli rispondesse: in poche parole egli sembrava un precettore che conduce a passeggiare una mandata di birichini, e scommetto che in quell'ora, avvedutosi della parte redicola che sosteneva, avrebbe mandato in quel paese Bolis, la Francia, il Ministero e gli eroi della libertà.

Arrivati alla ferrovia, le guardie ci fecero ala, nè si allontanarono, fino a che non avemmo presi i biglietti.

--Dunque a rivederli, signori--Traendo un sospiro di contentezza ci disse il delegato.

--Dica addio!--Riprendemmo, noi tutti.

--Grazie dell'accompagnatura!--Proferiva uno in tuon di burla.

--La ci saluti Bolis...

--Al piacere di non riverirla mai più..

E via di seguito con espressioni più o meno frizzanti, tutte all'indirizo di quel'infelice che impappinato come un pulcino nella stoppa, voltandosi ad ora ad ora per darci una sbirciata più o meno benevola, se ne andò quatto quatto e colla coda tra le gambe.

Entrammo nella stazione: quelli che viaggiavano a conto della questura erano stati ficcati in due vagoni di terza classe, e cantavano: cantavano dalla rabbia o dal piacere? Non saprei dirlo davvero, ma è un fatto che un uomo che si trova in una situazione eccezionale, prova un refrigerio, stuonando un'arietta; i ragazzi che hanno paura a andar soli in una stanza canticchiano, i poveri coscritti cercano alle canzoni montagnole, e ai patriottici inni quel coraggio che invano cercherebbero al cuore.

Ecco i due scialli!.. Ecco le due donne che ci hanno fatto tanto almanaccare colla testa sul _Var_ e in prigione!--Oh! finalmente ci è dato avvicinarle! Sono la madre e la sorella dì un'arrestato, mi sussurra uno, che ho accanto. Mi approssimo a loro. Qual delusione! La madre è sbilenca, le mancano due denti davanti ed ha una bazza, come quella del barone Ricasoli. E la figlia? Mi risparmino i lettori l'orrore di descriverla!.. Un viso da leticare il giallo alle carote, un personale impossibile, due mani che certamente non sarebbero state sproporzionate per il Biancone di piazza. Mi fecero mille complimenti, mi volevano presentare il figliuolo e il fratello: io con una scusa qualunque voltai loro gentilmente le spalle, che amavo credere il nostro compagno di sventura, gobbo, sciancato, ridicolo, per potere almeno avere il vanto di aver conosciuta la famiglia più brutta, che in questi tempi Borgiani, passeggi sotto la cappa del Cielo!

Pochi minuti dopo, si entra tutti nel convoglio: Piccini che doveva essere, il capo squadra ci sfugge: il treno è in movimento e noi ci si trova, _spinte_ e _sponte_, trasportati a Firenze.

CAPITOLO IV.

Essere in Firenze, e ricominciare a studiare le strade per tornare in Francia fu tutt'una. Il male si era, che le nostre piccole risorse avevano avuto un colpo tremendo, e che la questura aguzzava, come Argo cento occhi per spiare i nostri movimenti più piccoli, le nostre più segrete conventincole. Non si credano esagerate le mie parole: per il malaugurato affare di Livorno si era cominciato un processo, e si adopravano nelle sfere governative a tutt'uomo per mandarlo avanti o di riffe o di raffe: si voleva infatti far vedere alla Prussia come in Italia fossero ligi al principio di neutralità e come il governo non dividesse per nulla le idee piazzaiole di quello scomunicato di Garibaldi.

Noi dal canto nostro non stavamo con le mani in mano, e, tra le altre cose (vedete, come eravamo poeti) si cercò di organizzare in Firenze una compagnia tutta Toscana, che si sarebbe chiamata dei carabinieri dell'Arno. Un tal disegno ci portò per le lunghe: e tra proposte, decisioni, consigli si perse un tempo prezioso.

Mentre nell'Atene dell'Arno, quantunque muniti delle più belle intenzioni, non si dava nè in tinche, nè in ceci, il coraggioso e bravo Ricciotti compieva la romanzesca impresa di Chantillon. La democrazia e tutti coloro che sentono amore per l'Italia, applaudivano calorosamente il giovane condottiero, che con un pugno di uomini, sorprendeva, notte tempo, ottocento Prussiani, ne faceva più che quattrocento prigionieri, e toglieva loro buon numero di cavalli e di armi.

Garibaldi, dopo aver costituito il suo microscopico esercito a Dôle, si era portato ad Autun, e dopo avere ottenuto splendidi resultati a Lantenay, si era spinto fin sotto Dijon, ed avrebbe certamente occupato questa città, se l'imperizia e la codardia della guardia mobile non lo avesse obbligato a ritirarsi fino nella città, da dove si era partito con tanta speranza nel cuore. I Prussiani avevano cercato di sorprenderlo, capitando all'impensata in Autun, ma grazie all'esattezza dei tiri delle batterie da montagna che l'illustre generale aveva sotto i suoi ordini ed al valore dei giovani volontarii, i tremendi soldati che facevano paura a tutta l'Europa, dopo averne buscate come ciuchi, si erano refugati a rotto di collo dentro Dijon, dove il generale Werder aveva piantato il suo quartier generale.

Queste notizie che leggevamo sui giornali erano tante stilettate per noi; già varii dei nostri compagni erano partiti alla spicciolata per la Francia. Io mi rammento che in quei giorni mi vergognavo ad uscir soltanto di casa: mi pareva che tutta quella gente che era conscia della mia prima partenza mi ridesse sul muso, e che dentro di se mi rimproverasse quell'inerzia, che d'altronde era la conseguenza logica della mia situazione.

Finalmente un giorno capitò da me, che in quel momento avevo già dismesso il pensiero di poter prender parte alla campagna di Francia, il Bocconi, e, senza che io proferissi nemmeno una parola mi disse: Sei sempre deciso di venire in Francia?

--Sicuro!--Gli risposi.

--Allora domani l'altro partiamo.

--Non burli?

--Ti parlo del miglior senno possibile... ci stai sempre.?

--Se ci stò!...

--Allora siamo in cinque,

--Ma, ai fondi?

--Ci è chi provvederà...

--Tanto meglio!

E fissammo di vederci due sere dopo al Caffè Ferruccio; chè l'ora della nostra partenza era alle quattro del mattino, ed era deciso che saremmo andati a Genova per via di terra, non essendo cosa ben fatta il tentar di ripassar da Livorno, dove il questore Bolis comandava tutt'ora a bacchetta.

La sera che dovevamo partire me ne andai solo solo all'Arena Merini... _pardon_ al teatro Principe Umberto; chiacchierai cogli amici, mi mostrai più di buon'umore di quello che ero realmente, dissi male degli Italiani che erano andati in Francia, e protestai di riconoscer di avere io fatto malissimo a partire la prima volta. Che volete? I casi che mi erano accaduti antecedentemente mi rendevano sempre più convinto, che a voler che un'impresa vada per il suo verso, è necessaria un pò di gesuiteria, e che una persona che crede di andare avanti colla buona fede, e collo spifferare tutto quello che ha sullo stomaco, in generale finisce coll'avere il male, il malanno e l'uscio addosso.

Salutai gli amici e verso mezzanotte mi ridussi al caffè Ferruccio. I miei quattro compagni, non avevano mancato all'appello e cominciavano a susurrare della mia tardanza; alcune nostre conoscenze fiorentine, colle quali potevamo fidarsi a chiusi occhi, si erano assise al nostro tavolino, e sotto voce ci davano qualche conforto, o si lamentavano di non poterci seguire.

Il caffè si chiuse alle due, ed i nostri amici partirono. Qui


Da Firenze a Digione - 10/50

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