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- Clelia - 10/50 -


prevedendo che il suo padrone poteva abbisognare dell'opera sua.

"Ebbene, vedete un po' signor Gianni" (e Gianni sapeva ciò che richiedeva da lui il porporato quando chiamavalo signore).

"Vedete,--dicevagli con aria giuliva,--se la provvidenza non ci favorisce meglio che noi sappiate far voi colla vostra abilità!"

"Io l'ho sempre detto che l'E. V. è nata sotto una buona stella, è destinata ad esser felice" rispondeva l'eunuco inchinandosi e strisciando come un rettile.

"Dunque, ora che la Provvidenza (e dalli colla Provvidenza malmenata da quella bocca sacrilega) ci ha favorito tocca a te il resto. Bada che quelle donne sieno trattate con ogni riguardo. Esse furono or ora condotte negli appartamenti posteriori del palazzo, di là, col pretesto di chiamarle ad interrogatorio presso Monsignor Ignazio (il lettore conosce già il buon soggetto), fate che sieno divise. Quando poi sieno tornate in calma e sciolte da ogni sospetto io avrà bisogno di trattenermi da solo a sola colla Clelia.

Siamo intesi, eh!".

E dopo essersi passata la mano sul mento con compiacenza, il Cardinale accennando col dito faceva segno a Gianni di andare. Quindi, senza far parola, con un profondo inchino si allontanava l'eunuco accompagnato dallo sguardo semi-austero semi-sorridente del suo padrone. Non appena uscito il Gianni, un domestico annunciò la signorina inglese.

"Ma avanti! avanti!" diceva il Prelato e tra sé: "Ma proprio dal cielo mi cade la manna quest'oggi". E passava e ripassava la mano sul liscio mento dove fra le macchie di cui avevanlo chiazzato la lussuria e la depravazione, si scorgeva la pallida e giallognola cute del camaleonte.

"Avanti, signorina!" tornò a gridare il Cardinale quando l'uscio s'aperse e fece alcuni passi per prender la mano dell'altiera e bellissima artista.

"Che fortuna è la mia di possedervi un istante sotto questo tetto, in questa stanza istessa che fu abbellita una volta dalla vostra presenza e mi sembra deserta da che la vostra preziosa persona l'ha abbandonata".

"Quanta galanteria sfoggia questa serpe" pensò fra sé la nostra Giulia, mentre che ascoltava il grandiloquente sermone del cicisbeo, e sedutasi, con poche cerimonie, rispondeva "Gentile e graziosa è l'E. V. e io le ne sono grata. Una volta io veniva qui più spesso per copiare i capi d'opera di cui va adorno questo palazzo, ma già da alcun tempo ho terminate le mie copie ed oggimai qui non saprei quello che dovrei venirci a fare".

"Non ci sapreste più che fare?! oh! questa poi è una dichiarazione poco galante da parte vostra, signora Giulia! qui come ovunque voi avrete un culto, bellissima fanciulla!". Biascicando queste e simili frasi melate, Don Procopio cercava di avvicinare frattanto la sua poltrona a quella di lei ma ella ritirava la propria d'altrettanto dimodoché le due poltrone avevano l'aria di onde agitate che si perseguono sempre, e non si raggiungono mai.

Stanco di perseguitare la giovine straniera a corso di poltrona, il prelato si alzò e risolutamente mosse verso di lei. "Ma sedete, od io parto!" esclamò Giulia alzandosi e mettendo la poltrona tra lei e l'indecente Cardinale mentre gli figgeva due occhi in volto che lo atterrarono. Il prete si lasciava andare sulla seggiola come colpito dal fulmine e Giulia sedutasi pure cominciò:

"La mia visita non è senza grave motivo, già lo sapete che per vedervi non ci verrei. Io son qui a chiedervi notizie d'una famiglia che m'interessa: della famiglia dello scultore Manlio".

"Fu qui è vero, ma se n'è andata" rispose Procopio, rinvenuto dal primo stupore.

"È molto tempo che se n'è andata?" chiese Giulia, con accento da cui trapelava la sua incredulità.

"Sono pochi momenti che le donne lasciarono queste stanze" fu la risposta di Don Procopio.

"Saranno dunque a quest'ora fuori del palazzo", ripigliava la straniera. Ed il prete: "lo saranno", rispose colla certezza di mentire.

Giulia con un gesto d'incredulità troncava il dialogo e maestosamente ripigliava la sua via, appena salutando con un cenno del capo l'eminente canaglia.

Ha pure i suoi vizi i suoi difetti la razza britannica. E cosa v'è di perfetto nell'umana famiglia? Ma se v'è popolo ch'io mi compiaccia a paragonare ai nostri antichi padri di Roma, è certamente l'inglese.

Egoista e conquistatore come quelli, la sua storia rigurgita di delitti; delitti commessi nel suo seno e nel seno delle altre nazioni.

Molti sono i popoli che egli ravvolse e ravvolge nelle sue spire di ferro per contentare l'insaziabile sua sete d'oro e di predominio. Pur non si può negare che egli non abbia immensamente contribuito al progresso umano e gettato la base di quella dignità individuale che presenta l'uomo diritto, inflessibile, maestoso, davanti alle esigenze dispotiche che padroneggiano l'uman genere.

A forza di costanza e di coraggio egli ha saputo conciliare l'ordine governativo colle libertà adeguate ad un popolo padrone di sé stesso. L'isola sua divenne il santuario e l'asilo inviolabile di tutte le sventure, il despota, come il proscritto dal despota, vivono insieme su quella terra ospitale, colla sola condizione di essere uomini.

Egli ha proclamato l'emancipazione dei negri oggi felicemente conseguita dalla lotta gigantesca della sua stessa razza sul nuovo continente; a lui infine deve l'Italia in parte la propria ricostituzione, grazie alla maschia sua voce di non intervento da lui fatta risuonare nello stretto di Messina nel 1860.

Alla Francia come all'Inghilterra molto deve l'Italia. Alla Francia molto deve l'umanità per la propaganda de' principi filosofici, per l'affermazione dei diritti dell'uomo. Alla Francia si deve l'annientamento della schiavitù barbaresca nel Mediterraneo. La Francia seppe mettersi alla testa della civiltà umana ma non lo è più. Oggi strisciando davanti al simulacro d'una grandezza fittizia essa distrugge l'opera grandiosa del suo passato.

Un giorno la Francia proclamava e propagava la libertà nel mondo, oggi è dessa che cerca distruggerla dovunque.

La Dea ragione, quel parto straordinario dell'intelligenza emancipata, essa oggi la rinnega ed i suoi soldati fanno il gendarme al Sacerdote dell'oscurantismo.

Speriamo per il bene dell'umanità veder presto le due grandi Nazioni rimettersi insieme all'avanguardia dell'umano progresso.

CAPITOLO XVI

LA TRIADE

Nella meschina stanzaccia di Siccio quella stessa sera stavan raccolti tre individui che avrebbero fatto l'ammirazione di colui "che nuovo Olimpo alzò in Roma a' Celesti" e di qualunque dei grandi Maestri del bello.

Eppure non è egli mero caso il nascer bello? e non ho conosciuto io molta gente con cuore d'angiolo e pur deformi di corpo? Che volete? è così; l'uomo per irresistibile istinto è portato al bello, forse più dell'uomo la donna.

Le belle forme della persona ispirano istintivamente maggiore fiducia. Piace d'aver il padre bello, la madre ed i figli, d'aver un capo le cui fattezze sieno quelle dell'Achille, non del Tersite(18).

(18) Buffone deforme nel campo dei Greci all'assedio di Troia.

La bellezza del capitano, suscita più entusiasmo nei militi, più timor nei nemici. Infine, comunque sia, è una gran fortuna il nascer belli, ed in questo, come in tante altre cose, non si capisce perché l'Onnipotente sia stato prodigo con gli uni, avaro con gli altri, si direbbe quasi capriccioso.

Quante mortificazioni un povero diavolo deve soffrire se ha la disgrazia di essere deforme! Che smorfie! che sogghigni da ogni parte! Non beato dal sorriso delle belle (e meno ancora delle brutte, le quali, o mancano dell'istinto di compassione o temono, mostrandosi generose, d'essere sospettate richiedere per se stesse il ricambio affermando la propria deformità) gli si fa sentire la pietà a traverso un'umiliante protezione e quando non s'aggiunge qualche satira o beffa di begli spiriti è una fortuna per il poveretto.

L'oro solo mitiga alquanto le deformità del corpo.

Intanto con aria di trionfo, e contento di sé, passeggia da dominatore nella folla, colui che senza merito proprio ebbe dalla natura forme prestanti e forse bello spirito.

Sarà calcolo, sarà sorte, sarà capriccio di chi poteva far meglio?

Giulia, che Attilio e Muzio avevano aspettata per aver notizie della famiglia di Manlio cominciò: "Sì! esse sono in casa Corsini; quell'indecente Procopio lo ha negato ma voi sapete in quella tana di vizi quanto sia facile di coprire ogni cosa coll'oro".

Attilio si alzò, fece un moto d'impazienza come volesse partire, passò la mano sulla fronte, poi come pentito di quella manifestazione tornò a sedere.

Giulia che lesse nell'atto d'impazienza del giovane qual vulcano bolliva in quell'anima ripigliò:

"Attilio! vi bisogna più che mai conservare il vostro sangue freddo. Vi sarà necessario per liberare la vostra fidanzata dagli artigli di quell'avvoltoio. Ora è troppo presto. Voi dovete aspettare almeno sin dopo le dieci per tentarlo".

"Sicuro--aggiunse Muzio--e frattanto io andrò ad avvisare Silvio che si trovi pronto coi compagni nelle vicinanze del palazzo. Non ti muovere sinché io non sia di ritorno".


Clelia - 10/50

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